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Impermanenza e dintorni: Elena Scardanelli intervista Ferruccio Ascari

Volevo parlare un po’ con te di Impermanenza, l’installazione che hai realizzato nel 2013 per la mostra curata da Asilo Bianco al Museo Tornielli di Ameno e insieme del video che prende spunto da questo lavoro e che, a sua volta, fa parte di un progetto più ampio e complesso: alludo a Restless Matter , opera in progress che hai progettato per il web. Prima di farti delle domande più specifiche su questo lavoro vorrei fare un’osservazione di carattere generale sul progetto, sul pensiero che mi pare l’attraversi e sapere se la condividi. Per farmi capire sono obbligata a fare una premessa: ‘impermanenza’ oltre a essere il titolo di un tuo lavoro é anche una categoria, un concetto chiave della filosofia buddhista alla base della quale c’è la constatazione che ciò che costituisce ogni cosa esistente altro non è che è un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un continuo cambiamento: tutto ciò che ha inizio, ha fine. Mi pare di poter dire che Restless Matter , il pensiero e la modalità creativa e di lavoro che attraversa l’intero progetto e, al suo interno, ogni singolo video che ne fa parte, sia nata sotto il segno dell’impermanenza. Vorrei sapere se sei d’accordo con questa interpretazione.
restlessmatter
Non è necessario spingersi sino in estremo oriente per scoprire come l’impermanenza sia la natura vera di tutte le cose. Già si attribuisce al filosofo greco Eraclito, per restare nel nostro bacino culturale, l’avvertimento: ‘tutto scorre’, “non potresti entrare due volte nello stesso fiume” e d’altronde la riflessione sull’evanescenza delle cose e sulla morte è alla base di molto pensiero e mistica occidentali. So poco di buddismo, m’interesso invece da tempo della filosofia che sta a fondamento dello yoga, in ogni caso non credo che nel lavoro artistico debba necessariamente esservi un concetto che precede e una realizzazione che segue, mi piace di più pensare che arte sia un ‘pensar facendo’, un ‘fare pensando’. Un giorno in campagna guardo una catasta di legna e vi ‘vedo’ qualcosa che non avevo mai visto prima: non so ancora bene di che si tratta ma, per dar forma a quella prima intuizione, comincio a smontarla. Smontare una cosa per capirne il funzionamento è un’attitudine infantile che non ho mai perduto. Decido poi di rimontarla, ma, invece che su base quadrata, con i legni prima in fila per un verso, poi per il verso contrario, come da sempre si costruiscono le cataste, mi lascio guidare dall’idea di ‘triangolo’: comincio quindi ad accatastare i legni su base triangolare, base molto più precaria, ma che si rivela, via via accatastando, sempre più affascinante proprio per quella sua precarietà. Impermanenza è un’opera che nasce così, poi s’andrà precisando un pò per volta nei mesi successivi. Intendo dire che questo, come quasi tutti i miei lavori, non nasce da un concetto astratto, ma da un improvviso ‘vedere’ qualcosa di mai visto prima. L’idea era già nella forma/catasta, quella forma è come se stesse solo aspettando di essere ‘vista’ e di essere tras/formata per poter manifestare un aspetto nascosto della sua natura più intima.

L’installazione realizzata per il museo Tornielli è fatta di tre architetture/torri realizzate con porzioni di rami, scortecciati e imbiancati. Chi guarda ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che, quasi per un miracolo della statica, o meglio in stupefacente contraddizione con essa, solo per un istante può stare in piedi: i pezzi di legno a terra dicono di un crollo precedente e di un inevitabile prossimo crollo. Cos’ancora hai voluto dire con questo lavoro?
restlessmatter
Più che di una mia volontà di dire credo si tratti di una mia predisposizione all’ascolto, all’indagine, al portare alla luce ciò che si nasconde. Ogni forma, ogni materia custodisce un suo segreto. Interrogare una forma, tormentare un materiale, esasperare una tensione, portare una struttura al limite della sopportazione: questo faccio lavorando. Nel caso di Impermanenza è l’equilibrio che è portato al limite. Se c’è volontà di dire qualcosa, questo qualcosa è proprio in quel ‘essere al limite’. Al limite del crollo. Credo che l’intenzione non sia diversa da quella che spinge un funambolo a camminare su una corda tesa sul vuoto o – meno pericolosamente, ma non con diverso spirito – un bambino a fare un castello con le carte da gioco. La gratuità del gioco è cosa essenziale, significa la non sottomissione all’ utile. Il gioco, come l’arte, è cosa seria proprio perché si sottrae all’ utile. Il gioco non è utile, è indispensabile: sono due cose diverse. Qui la caduta, il crollo, la rovina sono indispensabili, altrimenti il gioco non potrebbe essere giocato. La caduta è insita, nonostante possa essere nascosta dalle apparenze, nell’equilibrio stesso, è il vero ‘rimosso’ del solido edificio che tutto vuol dimostrare, ma non la sua rovina. Esattamente il contrario di ciò che mostrano le torri di Impermanenza.

C’è in questo lavoro un qualche riferimento al mito della Torre di Babele?
restlessmatter
Chissà? Lontana da me la pretesa di voler ‘toccare il cielo’ con una precaria catasta di legni, ma non posso d’altro canto essere responsabile delle interpretazioni altrui…

Le porzioni di rami scortecciati e imbiancati che costituiscono i materiali costruttivi delle tre torri ricordano in modo impressionante le ossa: ossa animali ormai levigate e ripulite dal tempo. Non ti nascondo che quando ho visto questo lavoro non ho potuto non pensare alle Cripte dei Capuccini, alle composizioni di ossa che tappezzano quelle cappelle, ma il tema, in verità, non mi pare qui quello del “memento mori” tipico della tradizione cattolica. Cosa ne pensi?
restlessmatter
Penso che in Impermanenza il tema della morte non sia del tutto assente: lavorandovi, l’idea di ‘ossario’ ha in effetti preso progressivamente forma dando, in certo modo, consistenza ad antiche paure, a lontane fascinazioni. Quando ho cominciato ad avere tra le mani quei legni, il loro stato grezzo, i licheni che li ricoprivano, il loro stesso odore li avvertivo come elementi che, nonostante mi piacessero, tendevano a soverchiare qualcosa di essenziale di cui non ero ancora del tutto consapevole. Era come se quegli elementi necessitassero di un qualche processo di calcinazione: da qui il bianco che rivelerà con chiarezza la tendenza di quei legni a farsi sorta di ossa e, in secondo luogo, ad allontanarsi dal rischio di un certo ‘poverismo’ di maniera.

All’interno di Restless Matter , in un processo di continua trasmutazione che mi pare molto coerente con il senso che io intravedo in tutto il progetto, Impermanenza si trasforma in un video, anzi in qualcosa di ulteriore: un video che è anche un gioco, un gioco elementare, ma non superficiale che è quello di trasformare lo spettatore in giocatore sollecitandolo a far crollare le torri muovendo il mouse: qual è la posta in gioco?
restlessmatter
Del video-gioco preferirei parlare dopo, ci sto ancora lavorando, posso intanto dirti qualcosa sul video: Impermanenza-video prende avvio da una tentazione, quella di uscire dalla fissità dell’installazione ambientale per entrare all’interno di una realtà immaginale del tutto differente, quella del cinema. Pur partendo da un identico soggetto, le due vie, parlando linguaggi diversi, si biforcano. L’installazione con tutta la sua precarietà, evoca un tempo invisibile, quello della avvenuta costruzione delle torri e dei crolli passati, testimoniati dai legni disseminati per terra; nel contempo emana ansietà per il ‘non ancora’, per un possibile ulteriore crollo, per un’imminente rovina. L’installazione ambientale è come sospesa tra un passato e un futuro, entrambi invisibili eppure, proprio per questo, capaci di farsi ‘presente’. Il filmato ostenta invece un presente continuo, del tutto illusorio, ma continuamente riproducibile. Mi spiego meglio: Impermanenza-video si compone di un numero di fotografie equivalente al numero dei legni che compongono le torri; ciascuna foto registra il progressivo innalzarsi delle torri, legno dopo legno; le mani che nella realtà li muovono – come accade in ogni stop-motion – non vengono mai ritratte. Sarà l’animazione delle foto a prestare alle torri un’autonomia che altrimenti non avrebbero mai posseduto: nel filmato le torri crescono (e de-crescono) come mosse da una loro propria volontà. L’installazione ambientale, offrendosi in tutta la sua precarietà, credo riesca a suggerire l’illusorietà di ciò che chiamiamo ‘reale’, il filmato, dichiarando fin dal primo fotogramma tutta la sua finzione, inventa – proprio attraverso l’illusione di movimento – una ‘sua realtà’ e chiede a chi guarda la complicità necessaria per entrare in quella illusione di secondo grado che è il cinema. Personalmente penso al film d’animazione come alla forma più originaria di cinema, comunque a quella che che più si dimostra capace di significare ciò che mi sta a cuore.
Quello del video-gioco è un linguaggio che mi sta interessando molto perché illusione e complicità qui si elevano all’ennesima potenza. Mi chiedi della posta in gioco: se l’illusione cinematografica è illusione di secondo grado rispetto a ciò che chiamiamo ‘vita’ e se l’illusione di ‘vita’ nell’interazione del video-gioco è ancora superiore all’illusione cinematografica, allora il giocatore nel video-gioco paradossalmente rischia più della vita.

Il suono è un altro elemento Importante di questo video. Non è qualcosa di estraneo alla natura degli elementi che compongono le torri. Anzi, proprio la loro voce fornisce il materiale per la composizione: è la voce dei singoli pezzi di legno con il loro differente peso, con la loro differente densità e il diverso impatto con il suolo nell’istante della caduta. Mi vuoi dire qualcosa in merito?
restlessmatter
Come saprai, fin dai miei primi esordi artistici, quello del suono è stato uno degli elementi che più hanno contato nella mia ricerca. In questo lavoro per campionare la ‘voce’ di ogni singolo legno mi sono fatto aiutare da Nicola Ratti. Nicola ha eseguito queste registrazioni con la sensibilità che solo un musicista della sua vaglia può avere. Una volta attribuito ad ogni fotogramma il suono corrispondente a ciascun legno, montare il filmato è risultato essere come suonare uno strumento, come comporre sonorità attraverso il progressivo comporsi delle sequenze visive: un gioco assai catturante che riprenderò in un prossimo video, La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre.

Ferruccio Ascari - 2015
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