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Memoriale Volubile: Intervista con Ferruccio Ascari, Febbraio 2009

Memoriale Volubile: che significa?

Eʼ una locuzione contraddittoria ricavata dall’accostamento di due parole di senso opposto: ‘memoriale’, che attiene al ricordare o al far ricordare, e ‘volubile’ che, al contrario, riguarda, il volgersi altrove, lo scordare. Una locuzione inventata unendo due parole di significato contrastante, che oscilla tra unʼimpossibile ‘coincidenza dei contrari’ ed il loro irrisolvibile conflitto.

In questa mostra troviamo Memoriale Volubile impresso sulla copertina di alcuni libri bianchi collocati allʼinterno di teche e, inoltre, su scatole di cartone che sorreggono sculture di rete metallica: un titolo dunque che si ripete, differenziandosi soltanto per il numero seriale che lʼaccompagna. Puoi spiegare che tipo di serialità questo titolo indica?
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Titolo e immagine, nome e cosa sono, qui, inscindibili. La locuzione Memoriale Volubile spiega – nella sua irriducibile ambiguità – lʼimmagine, la cosa, tanto quanto queste ultime spiegano la locuzione. Questa relazione incrociata si dispiega nella ripetizione, nella serialità: la serialità cui “parola e cosa” rimandano è una serialità tragica che è sotto gli occhi di tutti. Eʼ la serie infinita di disastri ambientali di cui abbiamo perso il numero e di cui, comunque, non possiamo perdere la memoria. Eʼ proprio lʼoscillazione tra la memoria e la sua cancellazione la contraddizione che Memoriale Volubile, a suo modo, indica.

Libri sotto teca, sigillati, che non si possono sfogliare…

… libri dellʼorrore, libri illeggibili, memoriali la cui copertina reca soltanto lʼimmagine di un luogo, il suo nome – Chernobyl per esempio – e la data di quel disastro. Niente altro. Basta comunque, ritengo, ad evocare un orrore che nessuna coscienza può tollerare.

Sculture leggere e, insieme, inquietanti. Oggetti simmetrici, ma di una simmetria pencolante, sbilanciata, cose come sullʼorlo di un precipizio. Come in pericolo eppure pericolose. Cose in cui entrano in relazione, senza conciliarsi, trasparenza e opacità, bellezza e rovina. Puoi dire cosa ti ha mosso ad inventare delle simili forme?

Eʼ stato dʼimprovviso, come se, dʼun tratto, avessi sentito il bisogno di partire, di fare un viaggio. Lasciare quello che stavo facendo. Andare via: un viaggio mentale, un viaggio tremendo. Ho cominciato a navigare in rete alla ricerca di quei luoghi della memoria, di quei luoghi dellʼorrore: Vajont, Seveso, Bhopal, Mururoa… viaggio interminabile, allucinante. E concretissimo. Niente di virtuale. Un giorno ho preso a scaricare dai siti che andavo visitando alcune immagini di quei luoghi. Un numero crescente di foto di quei disastri. Sempre di più. Un gesto compulsivo, come dettato dalla paura che il numero di quelle immagini dovesse essere infinito e dalla disperata volontà che avesse una fine…
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… si tratta delle immagini che compaiono sul frontespizio dei libri bianchi collocati nelle teche… e le sculture?

Ho sentito come insopportabile lʼassuefazione al disastro, il pericolo che quei luoghi potessero essere dimenticati. Quei luoghi, il nome di ciascuno di quei luoghi, dovrebbe essere ripetuto ad alta voce, ogni giorno… Eppure la voce, la parola non basta. Perlomeno a me che gioco con la forma…

…giochi?

Sai di una cosa più seria del gioco?

Dʼaccordo. Ma torniamo a quelle forme, alla loro inquietudine, alla loro genesi….

… una forma, prima di rappresentare qualsiasi cosa, si presenta, si espone. Necessariamente. Questa sua necessità dʼesporsi mi affascina. Mi affascina perché presuppone un celarsi. Senza questo celarsi nessun dis-velamento, nessuna manifestazione sarebbe concepibile, non vi sarebbe alcun ‘venire alla luce’. Stessa dialettica, stesso gioco tra parola e silenzio. Ma sto divagando…Tu vuoi sapere qualcosa intorno alla loro nascita: ho pensato a delle forme disponibili a farsi monito (forse anche a diventare monumentali), che tentassero comunque di opporsi alla tendenza a dimenticare. Ho voluto accostarle a quei nomi, a quei luoghi, a quelle date appunto come un monito.

La scelta di collocare queste sculture su delle scatole di cartone dà lʼidea che siano appena giunte da chissà dove o che stiano per partire: puoi parlarmi di questa installazione?

ll rapporto tra una scultura e la sua base è raramente un rapporto facile. Per la verità è un rapporto difficilissimo. Di solito colloco direttamente per terra i miei lavori. In questo caso però le sculture, soprattutto quelle di piccole dimensioni che dichiaravano con più evidenza un loro carattere progettuale, non riuscivano a star per terra, pretendevano che le si guardasse da una diversa prospettiva. Quello di poggiarle su delle scatole che avevo in studio è stato il gesto più semplice, naturale ed ha funzionato. Permane un che di transitorio in questa collocazione. Cʼè, come tu giustamente osservavi, una volontà di muoversi, di traslocare, come unʼurgenza…
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Consentimi ancora una osservazione: queste forme di rete metallica, mi paiono in qualche modo collegabili ad un immaginario scientifico… una scienza in cui sembra essersi insinuata una disposizione maligna. Mʼinganno? Normalmente tu usi materiali naturali. Nella maggior parte del tuo lavoro è possibile scorgere una relazione con il mondo dell’organico… E se anche le forme qui esposte potrebbero, è vero, appartenere ad un qualche regno naturale, si tratterebbe, comunque, di un regno alieno, di una natura come scaturita da una mente in cui domina una sorta dʼinquietante ossessione scientifica…
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… non tʼinganni. Devo ammettere che una forma naturale mʼinterroga, solitamente, più di quanto non faccia un manufatto o un prodotto industriale. Una forma naturale è facile mi chieda: lo sai da dove vengo, lo sai perché ho la forma che ho, puoi prevedere la forma che, trasformandomi, assumerò, lo capisci cosa mi muove? Io so di non saperlo: èʼ proprio questo che mi spinge a lavorare. Nel mio lavoro, ad ogni modo, mi sento libero dʼusare qualsiasi cosa mi serva a dire quello che voglio dire, senza alcuna limitazione pregiudiziale. Qui, in Memoriale Volubile, la natura alla quale mi volgo è una natura ferita, offesa. Una natura in agonia. Unʼagonia che è impossibile separare da quella “inquietante ossessione scientifica” cui alludevi. Esposte a quella ossessione, queste forme ne sono contaminate. Dicevi “un regno alieno”: no, qui sei in errore. Se queste forme dicono di unʼalienazione, quell’alienazione, quella follia non è di un altro, ma di questo mondo. Sono forme di pazzia: forme pazze di dolore. Un dolore insopportabile. Che non è più possibile sopportare.

Dunque, a ben vedere, in questo tuo ultimo lavoro, possiamo, in fondo, scorgere una posizione politica?

Posso essere io adesso a porti una domanda? A ben vedere, cʼè qualcosa che gli uomini facciano o subiscano – coscientemente o incoscientemente – che venga fatta o subita al di fuori dalla politica?

Ferruccio Ascari - 2015
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