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Stanze Armoniche

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Nel febbraio del 1978 si apre a Milano, in via San Sisto 6, Sixto/Notes, centro sperimentale di arti visive. Intento dei fondatori, tra cui Ferruccio Ascari, era quello di operare lungo due linee direttrici: la costituzione di un archivio di documentazione di film e video d’artista e la realizzazione di rassegne di installazioni e performance che rendessero conto del clima di ricerca di quegli anni. L’interesse del centro era rivolto principalmente a esperienze che si muovevano all’interno della contaminazione e dello sconfinamento dei vari linguaggi coll’intento di ridefinire il territorio dell’arte, i suoi confini, individuandone le linee di tendenza.

È in questo contesto che si situa Vibractions, installazione sonora-performance di Ferruccio Ascari, ideata e realizzata nell’ambito di una rassegna di installazioni sonore che presentava in anteprima lavori site-specific di Lanfranco Baldi, Cioni Carpi, Giuseppe Chiari, John Dancan, Walter Marchetti, Gianni Emilio Simonetti, Roberto Taroni, insieme a materiali sonori di estrema attualità relativi al lavoro di alcuni rappresentanti della ricerca artistica più radicale di quegli anni: Ant Farm, BDR Ensemble, Nancy Buchanan, Chris Burden, Dal Bosco-Varesco, Guy de Contet, Douglas Huebler, Layurel Klick, Laymen Stifled, Paul Mc Carthy, Fredrick Nilsen, Barbara Smith, Demetrio Stratos.

Vibractions, l’installazione sonora di Ferruccio Ascari era, in tale contesto, un esempio emblematico di un filone di ricerca, tipico di quegli anni, che vedeva indissolubilmente congiunti elementi visivi e materiali sonori, in un percorso analitico che partiva da una riflessione sulle categorie di spazio e di tempo all’interno dell’arte.
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Paradossale assunto di fondo di Vibractions era quello di misurare lo spazio attraverso il suono, o meglio, di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. Percorrerlo, coglierne le specifiche qualità volumetriche, dimensionali, visive, acustiche; misurarlo con il metro del tempo, trovare una legge che lo governi e stabilisca una relazione con il soggetto che l’attraversa; farlo rispondere a sollecitazioni sonore per scoprire il suo Suono, “l’unicità e l’irripetibilità del suo risuonare in rapporto a cio che in esso accade”: così Ferruccio Ascari, in uno scritto di presentazione di questo suo lavoro. Vibractions venne successivamente riproposta con esiti, non solo sonori, ogni volta differenti in due diversi luoghi: la settecentesca Cappella del Collegio Universitario Cairoli, a Pavia nel 1979 , il teatro Aut/Off di Milano nel 1980.
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I rapporti spaziali qualificanti il luogo in cui di volta in volta l’installazione si situava – tipologia architettonica, volumi, dimensioni – venivano letteralmente ri-prodotti, ri-presentati attraverso un reticolo di corde armoniche che percorrevano l’ambiente lungo il pavimento, le pareti, il soffitto.
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Le corde armoniche erano ancorate ai due estremi a tronchi di cono metallici che fungevano da cassa di risonanza. Il “materiale sonoro” – progettato e realizzato secondo proporzioni matematiche ricavate dai rapporti volumetrici dell’ambiente – diveniva in tal modo lo strumento con cui indagare la specificità acustica dello spazio, coglierne l’identità più riposta, “scoprirne il suono”, come diceva Ascari, ossia rivelarne l’anima.
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Il momento della “rivelazione” era affidato alla performance, durante la quale l’ambiente-strumento veniva “suonato” da un numero sempre variabile – in relazione allo spazio dato – di strumentisti-attanti: ciascuno dei quali con plettri, archetti di violino, martelletti, metteva in vibrazione le corde armoniche, eseguendo una partitura anch’essa desunta – attraverso proporzioni matematiche – dai rapporti volumetrici informanti lo spazio.
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Da un’ampolla collocata sul soffitto gocce d’acqua cadevano con regolarità su di un grande disco di metallo ancorato tramite molle ad un treppiede: il loro suono, amplificato attraverso un microfono scandiva il tempo dell’evento, la sua durata. Un filmato a loop riproducente l’ambiente nella sua perimetralità mentre veniva percorso dagli attanti/strumentisti, veniva proiettato sull’ambiente stesso: il proiettore posto su di una base rotante ripercorreva otticamente il tracciato percorso dagli strumentisti medesimi.
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Vibractions si costituiva pertanto su tre piani in stretta relazione: l’installazione, la performance, il filmato. Nell’installazione le corde armoniche che percorrevano le pareti secondo una scansione spaziale determinata matematicamente, tendevano a farsi suoni “visibili” concettualmente, ancor prima o comunque al di là dell’essere fatte vibrare.
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Nella performance l’azione esercitata sulle corde era atto di “dis-in-canto”, nel senso primo della parola, che produce vibrazioni appunto. Le vibrazioni nel loro risuonare e smorzarsi creavano nello spazio una sorta di movimento immateriale, tendevano a diventare immagini “acustiche”. L’intero ambiente diveniva dunque uno strumento percorso da corde armoniche. Il filmato riproducente l’ambiente nella sua perimetralità, riproiettato sull’ambiente stesso, dava luogo a una sorta di vortice visivo: la proiezione e l’azione si andavano indefinitamente annodando e sciogliendo in un rapporto di illusione-delusione.
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Di questo lavoro, concettualmente e visivamente legato al clima di ricerca radicale di quegli anni, sono rimasti alcuni materiali di lavoro, qualche scarno appunto, alcune foto e una registrazione sonora realizzata nella settecentesca Cappella del Collegio Universitario Cairoli, a Pavia, che ospitò nel 1979 una seconda versione di questo lavoro.

Ferruccio Ascari - 2015
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